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ToggleDi recente ho avuto la fortuna di visitare il Giappone. Sì, come tanti altri ormai, ma questo non sminuisce affatto il valore quasi iniziatico della mia scoperta personale. Aspettavo da tempo questo incontro, questo dialogo silenzioso con un popolo e una cultura che sentivo pulsare in me da lontano. Come quasi tutti quelli che, come me, hanno attraversato l’adolescenza negli anni ’90, ho subito la fascinazione profonda, quasi un imprinting visivo ed emotivo, degli Anime che allora venivano trasmessi a qualsiasi ora in televisione. Ricordo i colori squillanti, primari, le tinte piatte che definivano mondi, i contorni neri e decisi che incidevano personaggi nell’immaginario. Le scene di una violenza rituale, quasi coreografica, di Dragonball, che si contrapponevano ai baratri di introspezione filosofica, quasi esistenzialista, di capolavori come Neon Genesis Evangelion o l’enigmatico Ergo Proxy – opere che ponevano domande sull’identità, sul significato, sulla condizione umana, lasciandoti sospeso in contesti spiazzanti, permeati di una sensibilità, una sorta di mono no aware (la malinconica consapevolezza della transitorietà delle cose) difficilmente traducibile a parole. Le sparatorie sincopate al ritmo jazz di Cowboy Bebop, veri western spaziali sulla solitudine e sul passato, e le assurde, leggere trasformazioni di Ranma ½ accompagnavano, quasi facendone da colonna sonora visiva, i miei più confusi quesiti adolescenziali.
Sono cresciuto nutrendomi di questi capolavori animati e divorando manga, che al tempo sembravano appartenere a una “nicchia”, penso alla ricerca estetica e spirituale del ronin in Vagabond, all’oscurità primordiale e disturbante di Devilman, alla delicatezza tormentata di “Is” o alla cupa epopea fantasy di Berserk. Man mano che crescevo, mi rendevo conto, quasi per osmosi, di quanto queste opere non fossero solo intrattenimento, ma veri e propri vettori culturali. Raccontavano una visione del mondo, un’etica, un’estetica profondamente radicate in una cultura distante dalla nostra, eppure sorprendentemente universali nel loro modo di rompere gli schemi della visione univoca occidentale. Inconsapevolmente, mi fornivano punti di vista alternativi, lenti diverse con cui osservare la realtà. Sì, perché in ogni fotogramma denso, in ogni tavola meticolosa, si ritrova sempre quella quintessenza, quella giapponesità impalpabile che, finché non si passeggia per le sue strade, finché non se ne respira l’aria, è un concetto astratto, difficile da afferrare.
È l’educazione quasi cerimoniale, il rispetto che si manifesta in ogni gesto, la sensibilità acuta per il dettaglio e per l’impermanenza, il minimalismo che non è vuoto ma densità di significato, la capacità di condensare concetti complessi in forme semplici. È tutto lì, tangibile, che ti aspetta quando scendi dall’aereo e ti ritrovi immerso in un mondo che sembra funzionare secondo logiche parallele, eppure stranamente familiari. È nelle grafiche raffinate dei cartelloni che ti invitano a entrare nei negozi, incastonate nei meravigliosi, quasi organici, agglomerati strutturali di Shinjuku e Shibuya. Ti accarezzano l’anima con la stessa grazia sinuosa di un Kanji tracciato con un pennello da un monaco in un tempio silenzioso di Kyoto. E si inchinano con la stessa naturalezza composta dei cervi di Nara. Cervi che, incredibilmente, attraversano per davvero sulle strisce pedonali, simboli viventi di una convivenza armonica tra uomo e natura che credevamo possibile solo nelle favole.
Il Giappone mi ha accolto, mi ha coccolato – nel senso più profondo di omotenashi, un’ospitalità che anticipa i bisogni senza essere invadente. Perché ho ritrovato, resa materia e quotidianità, l’essenza di ciò che vedevamo e continuiamo a vedere su quelle pagine e in quegli schermi. Non era una fantasia idealizzata; era la realtà filtrata attraverso un’arte che ne aveva colto lo spirito più autentico.
Questa eredità visiva ed emotiva, oggi, sta vivendo un sorprendente revival a livello mondiale. Dai colori pastello e le atmosfere sognanti delle grafiche associate alla City Pop, colonna sonora di un’epoca di ottimismo economico, alle atmosfere cupe e tecnologiche del cyberpunk dei primi anime, dai motivi geometrici audaci del design postmoderno ai bagliori al neon che definiscono l’urbanistica notturna di Tokyo – l’intero immaginario estetico degli anni ’80 e ’90, fiorito durante l’apice del boom economico giapponese, sta tornando a ispirare designer grafici, stilisti visionari, musicisti elettronici e persino architetti in ogni angolo del globo. Questa rinascita, però, non è semplice nostalgia o citazionismo superficiale; sembra quasi un recupero di certi valori, di un certo approccio estetico e forse persino etico. Non si limita alla grafica o al disegno, ma si estende capillarmente alla moda, alla musica (basti pensare al successo globale del Lo-Fi Hip Hop, spesso intriso di sample e immaginari anime), all’architettura e perfino al turismo culturale. Il passato non è solo ricordato, ma viene attivamente trasformato in un patrimonio creativo vivo, un linguaggio che continua a influenzare, dialogare e ridefinire il nostro presente globale.
Gli anni ’80 in Giappone rappresentarono una sorta di “età dell’oro”, un periodo carico di ottimismo, prosperità economica e una creatività quasi palpabile. Il Paese del Sol Levante viveva il suo boom economico, le città scintillavano di luci al neon e la cultura pop mescolava influenze orientali e occidentali in modi sorprendenti e inediti. Era un’epoca che sembrava proiettata verso un futuro luminoso, un sentimento che forse oggi, di fronte a un presente più incerto, risuona con particolare forza. Non sorprende, quindi, che molti giovani (in Giappone e non solo) guardino a quell’epoca con una fascinazione nostalgica, quasi fosse un rifugio estetico. In Giappone, questo fenomeno prende il nome di “Shōwa Retro”, riferendosi all’era Shōwa (1926-1989) che include anche gli anni ’80. Stanno tornando in voga i kissaten (caffè tradizionali), i menu di una volta, le canzoni retrò e le insegne al neon, con giovani che sembrano preferire l’atmosfera di un passato idealizzato wired.it. I social media giapponesi pullulano di foto di ragazzi in locali dall’arredo vintage, mentre generi musicali come il kayōkyoku e il City Pop (il pop giapponese degli anni ’70-’80) godono di nuova popolarità wired.it. C’è una vera e propria retromania per tutto ciò che evoca la fine del XX secolo in Giappone, quasi a voler ritrovare quella densità di stimoli e sensazioni che sembravano permeare l’aria.
Questa nostalgia, però, non è confinata al Giappone. A livello globale, gli anni ’80-’90 giapponesi sono diventati un immenso archivio di riferimenti estetici. Dalla grafica Vaporwave che spopola su internet alla disco pop di artisti internazionali, l’influenza visiva nipponica di quel periodo è ovunque, un’eco di quelle stesse immagini che formavano l’immaginario di chi, come te, cresceva nutrendosi di anime e manga. Vediamo più da vicino come questa tendenza si manifesta nei vari ambiti.
Se c’è un settore dove l’influsso degli anni ’80 giapponesi è evidente, è proprio la grafica contemporanea. I designer attingono a piene mani dall’estetica City Pop, dalle illustrazioni degli anime di fine decennio e dalla grafica delle sale giochi (arcade), rielaborandole in chiave moderna. Ma quali sono gli elementi distintivi? Uno sguardo alla Vaporwave – una micro-corrente estetica nata online verso la fine degli anni 2000 proprio sulla scia della nostalgia per gli anni ’80/’90 – ci aiuta a capire: «Gialli e verdi fluorescenti, visual anni Ottanta, webdesign dei Novanta, glitch, modelli 3D, anime: l’estetica vaporwave è tanto distintiva quanto difficile da inquadrare a parole» 1 pixartprinting.it. Questa estetica eclettica cita direttamente la cultura visiva consumistica degli anni ’80: font pixelati da computer 8-bit, loghi vintage (Pepsi, Nike, PlayStation), frammenti di anime in bassa risoluzione tipo VHS, geometrie al neon. La Vaporwave ha, di fatto, cristallizzato online un immaginario fatto di neon fucsia e viola, griglie 3D al tramonto e scritte in caratteri giapponesi – elementi presi direttamente dall’estetica pop giapponese di fine anni ’80. Parallelamente, è esploso l’interesse per lo stile grafico City Pop, che mescola atmosfere tropicali esotiche e paesaggi metropolitani notturni. Il City Pop era un genere musicale giapponese che negli anni ’80 accompagnò l’era della bolla economica, con copertine illustrate diventate iconiche. Oggi si parla di “City Pop aesthetic” per descrivere un immaginario visivo fatto di colori pastello, tramonti sul mare, skyline cittadini illuminati al neon, auto sportive e figure femminili in outfit estivi dal taglio eighties. Si tratta di re-immaginare gli anni ’80 enfatizzandone la nostalgia e i ricordi, spesso unendo elementi visivi occidentali e quella peculiare “sensibilità giapponese” vanpaugam.com. Come spiega un esperto, l’estetica City Pop contemporanea si colloca all’incrocio tra Vaporwave, future funk e design da anime retrò. Internet ha contribuito a costruire retroattivamente un “look” per questo genere musicale, fatto di audiocassette, bar illuminati al neon, auto sportive e notti estive in città – scene che evocano la vita giapponese durante gli anni del boom economico. Nel campo dell’illustrazione, queste tendenze si traducono in opere nuove che sembrano provenire direttamente da trent’anni fa. Illustratori contemporanei in tutto il mondo si ispirano apertamente a maestri giapponesi dell’epoca.
Ad esempio, Hiroshi Nagai, autore di molte famose copertine City Pop (i suoi paesaggi tropicali hanno definito l’estetica di album come A Long Vacation), è oggi venerato dai fan e citato come influenza principale. Anche in Giappone, gli illustratori originali di quell’epoca sono tornati alla ribalta. L’artista Hisashi Eguchi, celebre negli anni ’80 per le sue ragazze pop e recentemente character designer per l’anime Sonny Boy, continua a ispirare le nuove generazioni rivistaeclisse.com.
Su Instagram, profili come quello di Tree13 riprendono proprio quell’immaginario: «ambienti cittadini, figure femminili, colori pastello, oggetti di consumo e atmosfera estiva, tutti elementi fondamentali della visual art City Pop sono presenti» nelle loro opere rivistaeclisse.com. Lo stile grafico degli anni ’80 vive una seconda vita online, con artisti digitali che ne replicano tecniche e soggetti, dai poster con look da pubblicità vintage alle fanart in stile anime 1987. Nel graphic design più ampio, il gusto eighties giapponese si nota nel ritorno di certe tipografie e colori. Loghi e packaging riscoprono caratteri sintetici e palette vivaci. Alcuni designer creano poster che sembrano copertine di vecchi manga o pagine di riviste cult come Popeye e An・an. Persino la grafica da sala giochi – pixel art, schermate glitchate – è diventata un riferimento creativo thisbluebird.com. Ciò che negli anni ’80 era avanguardia tecnologica (console, computer, anime visti su TV analogica) oggi ritorna come retro-futurismo chic.
L’influenza degli anni ’80-’90 è molto evidente anche nella moda contemporanea, soprattutto nello streetwear. Mentre grandi stilisti giapponesi come Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo o Issey Miyake rivoluzionavano le passerelle negli anni ’80, oggi assistiamo a una rivisitazione estetica di quei decenni nei capi attuali. Si vedono sempre più outfit che sembrano usciti da un anime del 1989: giacche bomber satinate, felpe con scritte in katakana, t-shirt Vaporwave dai colori al neon. La cosiddetta Vaporwave fashion mescola nostalgia e digital art. I suoi tratti distintivi includono grafica retrò, colori neon e riferimenti pop agli anni ’80-’90, come schermate di vecchi computer o loghi vintage stampati su magliette thisbluebird.com. Non è raro vedere t-shirt con la Grande Onda di Hokusai in versione pixelata o felpe che riproducono schermate di videogiochi arcade. La palette pastello (rosa baby, azzurro cielo, viola acceso) è diventata di moda anche nell’abbigliamento thisbluebird.com. Inoltre, capi oversize e bomber larghi, tipici degli anni ’80, sono tornati in auge, contribuendo a quel look rilassato thisbluebird.com. C’è una forte influenza giapponese diretta: molti capi presentano testi in caratteri giapponesi (spesso katakana) e immagini ispirate a prodotti o pubblicità del Giappone anni ’80 thisbluebird.com. È un omaggio alla grafica dei centri commerciali dell’era Shōwa. Indossare questi elementi è un modo per esprimere appartenenza a una cultura globale che celebra il vintage giapponese, quasi indossando un frammento di quel mondo visto da lontano. Anche i brand internazionali hanno colto questa tendenza. Nel 2022, Uniqlo ha lanciato una capsule collection di T-shirt UT in collaborazione con l’illustratore Hiroshi Nagai, portando l’arte City Pop sugli abiti quotidiani con le sue stampe estive e sognanti x.com.
Vedere le iconiche spiagge al tramonto di Nagai su magliette vendute globalmente conferma quanto il revival sia ormai mainstream. Allo stesso tempo, marchi indipendenti reinterpretano le uniformi scolastiche (seifuku), rilanciano stampe folk anni ’80 o creano gioielli kitsch ispirati a musicassette. La moda attuale sta rivivendo gli anni ’80 giapponesi distillandone l’essenza visiva – colore, eccentricità, mix culturale – e adattandola alla sensibilità odierna, creando uno stile giocoso e coinvolgente.
Anche il panorama musicale contemporaneo risente fortemente dell’influenza degli anni ’80 giapponesi. Si è assistito a una clamorosa riscoperta globale del City Pop, quel genere pop-funky fiorito tra fine anni ’70 e ’80, e più in generale delle sonorità J-Pop di quel periodo. È un ciclo che si autoalimenta: la rinascita estetica riporta in auge la musica, e viceversa. Tutto è iniziato quasi per caso, con un video su YouTube: “Plastic Love” di Mariya Takeuchi (1984), diventato virale intorno al 2017-2018 grazie all’algoritmo, accumulando milioni di ascolti rivistaeclisse.com. Da lì, brani come “Stay With Me” di Miki Matsubara sono apparsi in playlist lo-fi e Vaporwave, conquistando una nuova generazione. Il City Pop, nato nell’ottimismo della bolla economica giapponese rivistaeclisse.com, affascina oggi proprio per quel suo futurismo nostalgico. Negli ultimi anni, il City Pop è tornato protagonista. Artisti internazionali omaggiano queste sonorità: il produttore Macross 82-99 remixa brani City Pop rivistaeclisse.com. The Weeknd ha campionato “Midnight Pretenders” di Tomoko Aran nella sua hit “Out of Time” (2022) rivistaeclisse.com, creando un ponte diretto tra J-Pop anni ’80 e pop globale. Band come i Vulfpeck e produttori K-Pop hanno inserito sfumature City Pop nelle loro musiche. In Giappone, c’è una rinnovata celebrazione di quella musica. Colonne sonore di anime recenti ammiccano agli anni ’80. Artisti attuali come Yung Bae o Night Tempo producono future funk che è essenzialmente City Pop proiettato nel futuro, con campionamenti e copertine in stile anime vintage medium.com. La cantante vietnamita Phùng Khánh Linh ha trovato ispirazione nell’atmosfera scintillante ma malinconica del City Pop per creare la sua musica japantimes.co.jp. Questo dimostra come il City Pop sia diventato un patrimonio culturale globale. Questa rinascita ha effetti visivi: video musicali adottano l’estetica retro-anime (es. Ganymede Café rivistaeclisse.com), e le copertine degli album riprendono le vecchie illustrazioni. Musicisti storici del City Pop (Tatsuro Yamashita, Taeko Onuki) vedono ristampare i propri vinili, guadagnando nuovi fan giovani. In sintesi, la musica anni ’80 giapponese è fonte d’ispirazione diretta per la produzione odierna, chiudendo un cerchio culturale: ciò che il Giappone elaborò assorbendo influenze occidentali, oggi torna in Occidente reinterpretato.
L’eredità estetica degli anni ’80 giapponesi influenza anche l’architettura e gli interni. Edifici audaci e interni eccentrici sorti durante il boom economico sono oggi luoghi di “pellegrinaggio” nostalgico, mentre i designer riportano in vita alcuni trend dell’epoca. In Giappone rinascono i kissaten, i tradizionali caffè in stile Shōwa: locali con mobili scuri, luci soffuse e atmosfera vintage. Dopo essere stati quasi soppiantati dai caffè moderni, ora sono popolari come rifugi tranquilli timeout.com. Entrarvi è come fare un salto indietro nel tempo: telefono a disco, giradischi, menu con omurice e soda al melone. I giovani li adorano per la loro autenticità anacronistica wired.it, riscoprendo un calore analogico quasi dimenticato. L’estetica d’interni anni ’80 si rivede anche in bar e locali a tema. A Tokyo esistono bar che ricreano l’atmosfera disco anni ’80 (neon rosa e blu, piante, arredi in legno) reddit.com. Anche alcuni appartamenti e negozi abbracciano il trend, mescolando design postmoderno (alla Ettore Sottsass) con console Famicom e poster di idol pop dell’epoca. Il paesaggio urbano al neon e cemento è un altro simbolo. Architetture iconiche come la (ormai demolita) Nakagin Capsule Tower a Ginza (1972) attraevano appassionati da tutto il mondo. Prima della demolizione nel 2022, era una tappa obbligata per i turisti amanti dell’architettura retro-futurista, vista come testimonianza dell’ottimismo tecnologico dell’epoca iconichouses.org. La sua popolarità ricorda i pellegrinaggi a luoghi cult, alla ricerca di quella Tokyo immaginaria e reale. Anche fuori dalle metropoli, il Giappone valorizza il patrimonio Shōwa. Aree rurali promuovono l’architettura storica per attirare turisti wired.it. Paesini con strade ferme agli anni ’60-’70 diventano “musei a cielo aperto”. Un parco divertimenti a Saitama, Seibu-en, è stato rinnovato come una città giapponese anni ’60 wired.it. Curiosamente, anche alcune case di cura adottano decorazioni retrò per far sentire a casa i clienti più anziani wired.it. In Occidente, l’influenza si vede nell’apprezzamento per il design metropolitano cyberpunk. Set televisivi e videoclip ricreano spesso una “Neo Tokyo” retro-futurista (grattacieli con insegne in kanji, vicoli illuminati, sale giochi), un’estetica fortemente influenzata da anime come Akira (1988) e Ghost in the Shell (1995), che portarono su schermo l’architettura e le luci del Giappone della bubble era.
Questo revival si traduce anche in viaggi ed eventi culturali dedicati. Il Giappone vede crescere un turismo interessato specificamente al suo recente passato pop, mentre all’estero proliferano eventi che celebrano quest’estetica. Numerosi musei giapponesi hanno organizzato mostre a tema. Nel 2022 a Tokyo si è tenuta “Art in Music: City Pop Graphics” alla Brillia Art Gallery, esponendo circa 300 copertine di vinili City Pop suddivise per temi come “Ocean Breeze” e “City Lights” tokyoartbeat.com. La mostra ha esaminato il City Pop come patrimonio culturale, trasformando la galleria in un viaggio sensoriale negli anni ’80. Eventi collaterali con artisti come Hiroshi Nagai hanno permesso ai visitatori di acquistare stampe a tema tokyoartbeat.com. Le strade stesse diventano installazioni immersive. Quartieri come Akihabara a Tokyo, mecca dell’elettronica, ospitano ancora sale giochi storiche (game center) con cabinati originali di Pac-Man o Street Fighter II accanto alle ultime tecnologie japan.travelmarcotogni.it. È un’esperienza nostalgica per chi ha vissuto quell’era, ma attrae anche i giovani, quasi fosse un museo interattivo. Tour organizzati portano i turisti alla scoperta dei luoghi “Shōwa retro”. All’estero, eventi a tema confermano l’interesse globale. A Chicago, nel 2024, si è tenuta la serata “Tokyo Nights: A City Pop Vinyl Experience” presso l’International Museum of Surgical Science, trasformato in una discoteca anni ’80 con DJ set di vinili originali City Pop a cura di Van Paugam imss.orgimss.org. Serate simili si tengono in altre città del mondo, attirando un pubblico intergenerazionale imss.org. Internet amplifica questo interesse. Forum e gruppi social scambiano consigli su come vivere esperienze City Pop in Giappone reddit.comreddit.com. Le amministrazioni giapponesi stesse sfruttano questa retromania: il governo di Tokyo ha inserito immagini della città anni ’80 nei video promozionali iconichouses.org. Località minori enfatizzano legami con film o anime anni ’80. Non mancano tour guidati tematici e negozi specializzati in vinili City Pop ristampati, riviste vintage e giocattoli originali, diventati souvenir ambiti. Vivere questi luoghi o eventi è quasi come cercare di afferrare quell’atmosfera, quella giapponesità unica che traspariva dalle opere artistiche dell’epoca.
Il fascino del design giapponese degli anni ’80 e ’90 sembra inesauribile e sorprendentemente attuale. In un’epoca digitale e volatile, quell’estetica nata tra videocassette e sogni techno-ottimistici offre un immaginario tangibile, colorato, caldo, a tratti ingenuo, e proprio per questo rassicurante. Designer grafici, musicisti, illustratori, stilisti e artisti vi trovano una miniera di spunti, creando un linguaggio emotivo universale fatto di nostalgia e speranza. Come ogni ondata nostalgica, rischia di idealizzare un’epoca, ma il suo valore culturale è innegabile. Ci ricorda quanto sia stato fertile e influente il Giappone di fine Novecento. L’entusiasmo con cui le nuove generazioni globali abbracciano queste estetiche dimostra che certe idee visive erano troppo potenti per restare confinate nel passato. L’influenza globale del design giapponese anni ’80-’90 non è solo un tributo, ma un dialogo continuo tra passato e futuro. Dal luccichio dei neon di Shinjuku alle illustrazioni pastello del City Pop, quell’eredità estetica continua a vivere, evolversi e ispirare. Finché ci sarà chi sogna “un futuro come lo si immaginava negli anni ’80” – magari proprio quello intravisto da bambini attraverso gli anime – il legacy creativo di quel periodo continuerà a risplendere.
Fonti: Le informazioni e citazioni presenti nell’articolo provengono da ricerche e articoli specializzati, tra cui approfondimenti di Pixartprinting sull’estetica vaporwavepixartprinting.it, analisi di Van Paugam sul fenomeno City Popvanpaugam.comvanpaugam.com, il blog L’Eclisse sul revival del City Pop e dei suoi illustratori rivistaeclisse.comrivistaeclisse.comrivistaeclisse.com, il reportage di Wired Italia sulla retromania Shōwa in Giapponewired.it, nonché testate internazionali come Designboom designboom.com e Japan Times japantimes.co.jp per casi studio contemporanei, senza dimenticare fonti di settore sulla moda vaporwavethisbluebird.comthisbluebird.comthisbluebird.comthisbluebird.com e testimonianze di eventi e mostre a tematokyoartbeat.com, nonché forum di discussione online come reddit.com, il sito japan.travel,iconichouses.org, medium.com, x.com e timeout.com.
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